- ATTENZIONE -
- MATERIALE SCADENTE -
- TENERE LONTANO DALLA PORTATA DI QUALSIASI ESSERE –
Ce ne ho messo per scrivere qualcosa sul mio conto e non credo sia cosa facile dato che, essendo uno che odia profondamente la retorica, nella retorica ci cade spesso e volentieri. Perché se andiamo a scavare la mia filosofia di vita, il tutto è riassumibile in un secco e conciso No, mi secca! Nulla a che vedere con il wu-wei di Laotzi o con l’otium romano/pascaliano/leopardiano. E’ l’imperativo categorico della mia esistenza. Se per Kant esisteva Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me; io al massimo gli avrei tirato un’occhiata di tre secondi, una grattata di panza e un rutto, o un peto. Sofista non sofisticato, ecco la mia descrizione. Non cerco di avere ragione su tutto perché non esistendo il tutto mi limito a mettere in discussione ogni cosa, il tutto appunto. Ma non lo faccio con giri di parole, astrusi giochetti logici o un intero libro circa la malattia del secolo. Sono un intrepido avanguardista, ed essendo un ammiratore della merda artistica tento di simularla. Estrapolo il meglio di me tramite l’empiristica tamarragine accumulata in anni di conoscenze, ottime – buone – cattive – pessime, fatte nella mia città, Cosenza: una metropoli del Sud sospesa fra Bernardino Telesio e il truzzo che va a comprarsi le Hogan dal senegalese di Piazza Europa e che va in giro chiedendo Oh, na facimu na storia di cinque euro?*. Io, cosentino puro, sto appunto nel mezzo. Ovviamente non mi vedrete girare per le strade con i pantaloni indossati al contrario o con una mano sui genitali per esprimere la mia supremazia maschile: in fin dei conti sono molto misurato e umile, nell’etica del vestire almeno. Il problema centrale, per conoscermi a fondo, è il pallino che fa concentrare le mie forze, fisiche, mentali e dormienti, e che ho già detto sopra: l’evitare di essere retorico. Diciamocelo, esiste retorica e retorica. Un cliché fa sorridere, cento commuovono diceva Umberto Eco, ma dopo un po’ rompono le palle. Irrefrenabile quando scrivo, balbuziente nel parlare; spesso e volentieri do l’anima per una qualsiasi cosa per lasciarla immediatamente dopo. L’unica cosa di cui non potrò fare mai a meno è la musica. Avete indovinato, sono sfigato con le ragazze. Ma non sono loro che non mi considerano: sono io che faccio schifo. Sogno un giorno di andarmene a New York da perfetto barbone, ché se ho un po’ di culo e non verrò notato dai gruppi naziskin che si aggirano per le strade della Grande Mela potrò godermi la sintesi dell’uomo del Terzo Millennio, un po’ come dover leggere i Promessi Sposi per intero e limitarsi a spulciare la trama da Wikipedia; per poi ritornare in Europa e stabilirmi per sempre in Irlanda, quella dove nei pub la notizia del giorno è la rissa scoppiata durante una partita di rugby tra nani ed elfi, non quella di James Joyce, dove un giorno dura nove mesi di lettura accanita dello Ulysses, che se avessi messo più impegno avrei anche partorito durante quel periodo. Magari chissà, in questo lasso di tempo ci scappa anche la storia d’amore e magari (chissà!) mettere un bel “e visse per sempre felice e contento con la sua bellissima moglie e i suoi 16 bambini” sul fondo di questa pagina che, per uno che odia la retorica, è diventata retorica abbastanza.
* – Tradotto poeticamente: Oh, ce lo compriamo un po’ di fumo per una canna?
