Minima Immoralia #192

5 giugno 2009

Il Cinico
Il Cinico
 è una canzone del duo rap italiano Uochi Toki. Una vera botta allo stomaco.

Quando si parla di tumori, in un dialogo ad esempio, nasce quasi sempre una contesa tra gli interlocutori: “io sono più salutista”, “io li prevengo meglio”, “il fumo non fa male quanto lo fa la tua pessima alimentazione”. Lo ammetto: molto spesso anche io vengo tirato dentro. L’unica cosa di cui sono scontento è la pessima qualità della conversazione e del fatto che i malati stessi stanno chiusi in ospedale, i parenti molto spesso si fanno spessi e non ne vogliono parlare. Le riviste specializzate sono contraddittorie: pubblicitarie. Se invece chiedo ad un dottore, mi consiglia di mangiare molta frutta fresca. Mi bastava mi diceste: “non si può ancora sapere”.

Sapete? Io accetto il fatto di morire per la negligenza della scienza o di un dottore. Conosco quel fenomeno chiamato incompletezza che genera l’imperfezione. Magari sul momento qualcuno avrà da dire, si potranno risentire, ma la cosa a me non interesserebbe visto che la realtà è questa: non si torna dalla morte. Posso dirlo senza che qualcuno mi sbatta in faccia il paradiso delle torte. Posso parlare senza dover mettere in ordine dei pixel? Commetto un crimine se dico che sto bene quando vado in giro con gli amici? Che non ho problemi ad impegnarmi nel risolvere problemi pur sapendo che ne spunteranno nuovi?

Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri. Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno. Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente, di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili, così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri, perdere tempi con le colpe o i meriti. Posso pensare agli alberi, ma non per alienarmi come gli autistici o combattervi come i pastori di alberi, bensì per un altro motivo, che sia il residuo della mia percentuale di vita o salvezza sotto i ferri di un medico e questa ve la spiego: se ho il 70% di probabilità di guarire da una malattia che, tra parantesi, non ho ancora contratto, faccio in modo che il restante 30% venga speso facendo passeggiate nel bosco visto che da morto di certo non avrò possibilità. È una questione di esperienze: la comprensione, intendo. Se guardi la Via Lattea la vedi lontana, ti senti all’esterno, ma è solo perché le distanze tra sistema e sistema non ti consentono la percezione del dentro. È la tua galassia. È un esempio che non capisci perché abiti in mezzo agli edifici. Il cielo di notte lo vedi arancione. Non dico “trasferisciti”, ma considera i limiti della tua ricerca di aggregazione. In città io ci vengo spesso, resto poco e quando torno corro perché non sopporto il rapporto con l’ambiente, non per il pollice verde o la coscienza ecologica: è solo che sento la mancanza di animali e piante. Mi tocca simularle diventando silenzioso, argenteo come le betulle oppure schivo e violento come un tasso. Frusto il mal di testa come i rami di un salice. Come un istrice: non avvicinarti.

Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l’erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia. Sei legato ad un quartiere da amici o da famiglia e non è un crimine se ne cerchi di migliori, dopotutto il compito dei rami è: allontanarsi dalle radici. I miei profili preferiti mi accompagnano: le colline. Sono tutte cose che puoi benissimo capire. Nel frattempo io continuo.

(meno otto)

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