In Autobus, Gli Anziani Hanno

30 settembre 2009

Sguardi che non si perdono nel vuoto. Sguardi che raccontano le loro storie.

C’è Dmitrij, ha visto due guerre con quegli occhi che sembrano avere quindici anni. Da bimbo durante la Rivoluzione vide sua madre uccisa e poi mangiata dagli abitanti del villaggio. Con Stalin situazione diversa dice Avevamo merda, ma era meglio di carne di uomo. Con quel nome sembra un regista di un tempo lontano, di quelli che raccontavano la storia masso dopo masso, sassolino per sassolino di ogni angolo della tundra, ogni mistero della Siberia. Durante la seconda, accendeva i fiammiferi per le sigarette sulle suole dei cadaveri dei nazisti, poi li usava per bruciarli. L’odore della carne gli ricordava la Russia. La Russia gli ricorda la madre. Gesù perdona me, un giorno dice. Tenta di piangere, ma anni nel freddo polare gli han ghiacciato pure il viso, e l’unica reazione a tale ricordo è una smorfia, un labbro tremolante, senza un lamento. Scende dopo pochi minuti. Una gamba la porta ancora con vigore, come quando andava a spiare i campi dei Cosacchi, l’altra se la trascina come un qualcosa in più: una pallottola gliel’ha paralizzata. Scende come se portasse una camera sulla spalla, gli ultimi montaggi del suo lungo film.

C’è Agnese, con suo figlio Stefano. Settantacinque anni lei, cinquanta lui. Stefano è stanco, non ha dormito tutta la notte per aspettare la partita di Champions League dell’Inter. Torna a casa dopo la spesa con la madre un po’ amareggiato: la sua squadra ha perso. Agnese lo consola, gli dice con quel suo accento toscano Tranquillo che tanto si rifà con la Fiorentina, quella la battono tutti. Agnese nonostante il corpo gracile ha ancora una forza sovraumana, porta più roba lei del figlio: lui è troppo stanco. Lo ammonisce dicendogli di tenere più alta la busta con le uova Altrimenti si rompono. Si addormenta ogni volta che l’autobus si ferma. E la madre pronta a svegliarlo Se ti dimentichi la fermata poi ci tocca fare due chilometri a piedi. Ma è Agnese a ricordare la fermata. Stefano dorme ancora. Lei chiede al controllore di accostare un po’ di più l’autobus verso il marciapiede, il gradino è troppo alto. Scendono. Stefano si risiede convinto di dover aspettare che l’autobus riparta. Agnese lo guarda con aria severa, ma fatta di tenerezza, l’unico tipo di tenerezza che si può dare a un figlio. Col tempo Agnese, ha sviluppato un profilo degli occhi simili al figlio, così da poter guardare le cose come le guarda lui, e non lasciarlo mai solo. Perché Stefano è down, e se non ci fosse la madre perderebbe tutte le fermate dell’autobus che ha a disposizione ogni volta che danno le partite dell’Inter.

-continua-

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