My Godness

6 luglio 2010

Strana, la cosa: quando mi metto al piano e le mie dita seguono quel poco di jazz ascoltato sin dall’infanzia, complice anche un po’ di orecchio per le armonie (la teoria, di qualsiasi cosa essa tratti, non fa per me), mi sento incredibilmente bene. Rilasso i muscoli e anche tutti i problemi svaniscono per quei due, tre minuti in cui pigiare tasti neri e bianchi mi fan quasi sentire come un dio pagano che dona inutilità al tempo che scappa e immortalità a un altro tempo, quello che rimane fermo accanto a me, con uno scotch in una mano e una Marlboro bianca nell’altra.

Un David Bowman in un intervallo brevissimo di tempo, fatto di accordi diminuiti e in settima e chissà quali altre diavolerie, rinchiuso tra quattro gambe di legno e 72 tasti: la chiave per una porta che conduce ai confini dell’universo: niente monoliti alieni, niente supercomputer assassini, niente di tutto questo.

Eppure, difficile a dirsi, dimenticare per quei tre minuti il suo volto è cosa assai ardua.

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